Cinque grandi poeti polacchi del Novecento

Le voci poetiche del Novecento polacco sono state tante e tali da far chiedere a molti critici quale sia stata la specifica culturale di un Paese così fertile di grandi poeti in un secolo altrimenti dominato dalla prosa. Qualcuno ha suggerito che la sottigliezza del messaggio poetico abbia permesso più facilmente di eludere le strette maglie della censura, altri immaginano una replica del sistema russo in cui la fortuna della poesia in samizdat derivava anche dalle difficoltà di carattere materiale, a partire dal reperimento della carta e dalla possibilità di stamparla e farla girare.

Quale che sia il motivo, la Polonia ha consegnato alla letteratura mondiale due premi Nobel per la poesia nel giro di sedici anni e ha prodotto altri poeti di altissimo livello che, a loro volta, oggi nutrono di ispirazione una nuova generazione dai promettenti mezzi creativi e che gode di un successo di pubblico inimmaginabile in Paesi come l’Italia dove la poesia ha uno spazio marginale nelle vendite.

Fare una classifica non sarebbe possibile né adatto alla situazione, ma abbiamo scelto –dopo lo spazio dedicato ai grandi romanzieri– cinque poeti polacchi del Novecento (in ordine rigorosamente sparso) per ritrarre la fortuna e la ricchezza di un movimento intero.

Cinque poeti polacchi del Novecento

Wisława Szymborska – nemmeno volendolo, si potrebbe prescindere da lei. Premio Nobel per la letteratura nel 1996, la poetessa cracoviana è una delle autrici di versi più lette al mondo e -secondo i maliziosi- la più letta tra chi non legge poesia. Che il successo della Szymborska abbia travalicato i confini canonici dei lettori di poesia è innegabile, e lo dimostra il suo successo in Italia dove il volume dalla copertina azzurro pastello con cui Adelphi ha raccolto i suoi versi è diventato ormai un’icona pop. La poesia di Szymborska colpisce per la sua apparente semplicità e per l’immaginario lirico composto da soggetti quotidiani, quasi banali, che riportati in poesia sono capaci di creare un mondo intero. Come una cipolla, a cui l’autrice ha dedicato una delle sue poesie più famose, i versi di Szymborska si leggono a strati sempre più profondi celando livelli di complessità del reale che a volte non pensavamo nemmeno di conoscere.

Czesław Miłosz – nel 1980 l’Accademia delle scienze di Stoccolma concede il Nobel per la letteratura a questo poeta polacco, nato nell’attuale Lituania e residente allora in California. Miłosz ha segnato un solco profondo nella poesia del Novecento avendo vissuto quel secolo quasi per intero e soprattutto avendone vissuto sulla propria pelle le pagine più incisive. Due guerre mondiali, la censura, l’emigrazione, l’identità nazionale spezzata da quella anagrafica sono cose di cui Miłosz si è occupato per la verità più nei suoi saggi che in poesia, ma i suoi versi –anche in questo caso raccolti ed editi da Adelphi– ne riportano le tracce profonde, in un lavoro alla ricerca di una poetica dell’assoluto capace di raccogliere le esperienze umane e lo scibile dentro un disegno di natura. La sua poesia severa e monumentale non gode della popolarità di quella di Szymborska, ma per molti polacchi ancora oggi i versi di Czesław Miłosz sono una lettura di conforto e di guida, nella quale cercare risposte e indicazioni su quello che è stato, e non solo.

Ewa Lipska – più giovane di un paio di decenni rispetto ai primi due autori di questa lista, Ewa Lipska ha avuto innanzitutto il privilegio anagrafico di non vivere la guerra. Nata nel 1945, ha come simbolicamente messo alle sue spalle il passato più nero della storia polacca ed europea apprestandosi a vivere un periodo certo non facile ma privo dell’esperienza del conflitto mondiale. La Lipska si è contraddistinta in particolare per la sapienza in un sottogenere scomodo della poesia come è la prosa lirica. In un volume di recente pubblicato in Italia con il titolo di L’occhio incrinato del tempo si raccolgono numerose prose liriche dell’autrice, poesie in forma di lettere d’amore che fanno da pretesto a una riflessione poetica molto malinconica e struggente, che usa i mezzi della prosa per arrivare a immagini di profondo valore lirico.

Zbigniew Herbert – normalmente il nome di questo poeta, innamorato dell’Italia e del mondo classico, si associa a quelli di Miłosz e Szymborska perché ritenuto allo stesso livello di questi ultimi, seppure mai tale livello sia stato sancito da un premio paragonabile al Nobel. Herbert è stato uno dei più severi e ostinati oppositori del socialismo che ha deciso di combattere in Polonia senza cedere alla tentazione dell’emigrazione. La sua poesia, al pari di quella di Miłosz, è monumentale e a tratti solenne. Ma se il suo burbero collega ha cercato le fonti dell’assoluto in un rapporto panteistico e pagano con la natura, Herbert ha scelto di interrogare i classici riempiendo i suoi versi di atmosfere ed evocazioni greche e latine e guardando alla sua realtà da quella prospettiva. Confrontarsi con i classici non è una cosa che riesce a tutti, ma Herbert volando vicino al sole non si è bruciato e lo dimostrano le sue poesie di cui una pregevole antologia in italiano è stata pubblicata nel 1993 dal solito Adelphi.

Anna Świrszczyńska – unica autrice inedita in Italia di questa cinquina, fatti salvi alcuni titoli sparsi usciti in antologie e riviste, toglie il posto ad altri autori raggiungibili dai lettori italiani (come Adam Zagajewski, Wojciech Bonowicz o Stanisław Barańczak) in segno di augurio che qualche editore coraggioso possa volerle dare spazio. La parabola di Świrszczyńska, il cui difficilissimo cognome è anche lo scherzo involontario di un impiegato dell’anagrafe non particolarmente zelante, è tra le più affascinanti del Novecento polacco. Figlia di pittore, le sue prime raccolte di poesia sono splendidi affreschi e ritratti dal respiro ampio come pennellate rinascimentali. Fino a che la seconda guerra mondiale non cambia le sorti del mondo, più nel piccolo della Polonia e più nel piccolo ancora della carriera poetica di Świrszczyńska. Dopo il conflitto, vissuto a Varsavia, la poetessa torna a scrivere con uno stile rivoluzionato. I suoi versi diventano spezzati, ruvidi, e colpiscono a picconate il sentire comune. In particolare lo fa con due raccolte: una -Budowałam barykady (Costruendo barricate, 1974)- racconta senza filtri né finti eroismi i giorni tragici e fatali dell’insurrezione di Varsavia; l’altra, Jestem baba (sono femmina, 1972), è il primo manifesto femminista in forma letteraria in una Polonia ancora molto conservatrice nei costumi a cui la poetessa risponde mettendo fortemente in gioco il corpo delle donne, l’erotismo, la vecchiaia.

Cinque classici imperdibili del Novecento polacco

Oggi vi proponiamo cinque scrittori per cinque libri culto che hanno segnato la cultura del novecento. Tanto in Polonia quanto nel panorama letterario mondiale. Ecco a voi

cinque classici imperdibili del Novecento polacco

Witold Gombrowicz – Ferdydurke

Gombrowicz è tra i maggiori scrittori polacchi del Novecento, e riteniamo di tutti i tempi. Uno dei pochissimi il cui nome è diventato un aggettivo per descrivere situazioni grottesche e infantili, ambigue e chiassose. Ferdydurke appare nel 1937 in Polonia, poco prima che l’autore lasci il Paese natale per l’Argentina, dove avrebbe vissuto la maggior parte della propria vita di adulto. E poco prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale. Ferdydurke descrive la trasformazione di un adulto trentenne, Józio Kowalski, allo stato infantile: il protagonista si ritrova a dover vivere le scorribande giovanili, l’odiata scuola, la messa obbligatoria, le visite ai parenti di campagna. Ferdydurke, pubblicato con titolo omonimo in Italia da Feltrinelli la prima volta nel 1991, è un romanzo esplosivo sull’incompiutezza dell’età adulta e la regressione infantile come unica forma di resistenza al tempo inesorabile. Immortale e controverso, un classico.

Bruno Schulz – Le botteghe color cannella/Il sanatorio all’insegna della clessidra

Scrittore, pittore, illustratore, poeta. Morto per mano della Gestapo nella natia Drohobyč, durante gli anni dell’invasione nazista. Le botteghe color cannella e Il sanatorio all’insegna della clessidra sono due opere che hanno segnato profondamente la cultura novecentesca: i racconti in parte autobiografici dell’autore hanno per protagonisti i membri della sua famiglia, in particolare suo padre. Il narratore focalizza l’attenzione sulle attività quotidiane della famiglia, trasformando e trasfigurando azioni e oggetti in persone. Scene d’infanzia si succedono ad altre in cui il narratore è adulto. In Italia raccolte in un unico volume edito da Einaudi, con l’ultima edizione datata 2008 a cura di Francesco Cataluccio.

Leopold Tyrmand – L’uomo dagli occhi di ghiaccio

Varsaviano classe 1920, Leopold Tyrmand fu molte cose in vita: giornalista, scrittore, animatore del neonato panorama jazzistico della capitale polacca, dandy in un mondo in rovina. È conosciutissimo oggi per il suo unico grande romanzo, Zły (L’uomo dagli occhi bianchi, nell’edizione Garzanti del 1959 – tradotto da Franca Wars e Carlo Rossi Fantonetti). Poco (pare) apprezzato dalla critica del tempo, col tempo divenuto un classico irrinunciabile, tuttora presente in ogni libreria polacca, cosa già miracolosa di per sé. Zły è un racconto polifonico di un antieroe, violento e proletario che si aggira tra le rovine di Varsavia a difendere i più deboli dalle prepotenze delle gang e dai soprusi dei criminali. Il protagonista, condannato a morte dalla banda di appartenenza, decide di combattere i violenti a mani nude, vendicandosi così del proprio destino crudele. Su lui convergono le storie degli altri personaggi del romanzo, esponenti del proletariato urbano varsaviana di quegli anni: l’immancabile ufficiale di polizia, un’impiegata del museo nazionale, farmacisti, barellieri, negozianti, operai, giornalisti, postini, giudici, pasticceri. È un romanzo che nonostante gli anni brulica di vita e di linguaggio, uno dei pochissimi testi capaci di rendere un’istantanea precisa e fedelissima della ricostruzione della capitale, molto più di qualunque fotografia o reportage. Consigliatissimo, (magari!) da ritradurre.

Stanisław Dygat

Stanisław Dygat è autore di pochi romanzi che sono riusciti a segnare un’epoca. Nato e morto a Varsavia, nel 1978, Dygat è celebre per Jezioro Bodeńskie (Il lago di Costanza del 1946, a tutt’oggi inedito in Italia), romanzo autobiografico sulle disavventure di un giovane polacco internato nel campo di prigionia sulle rive dell’omonimo lago. Più fortunato, almeno per noi, il destino di Podróż (Il viaggio, nell’edizione Feltrinelli del 1960, traduzione di Ludovico Tulli), storia di un impiegato ministeriale nell’epoca della Polonia socialista, Henryk Szalaj, che vive un’esistenza disillusa e scolorita, abbrutita dal peso dei propri fallimenti. Finché non decide di partire per l’Italia, dove vive suo fratello, ormai celebre regista cinematografico, con cui ha ormai sporadici contratti. Tutto in Italia è fascino e bellezza, ma il viaggio presenta sorprese meno luminose di quanto ci si aspetterebbe da un artista come Szalaj e dal luogo fatato in cui vive. Altro classico, Disneyland, del 1965, anch’esso ancora inedito in Italia. Storia di Marek Arens, giovane studente d’architettura e promessa dell’atletica leggera polacca, che si innamora di una misteriosa ragazza, tale Jowita, conosciuta a un ballo in maschera studentesco. Jowita sparisce poco dopo essere stata con lui, e ossessionato dalla ricerca dell’identità reale della ragazza, Marek intraprende una relazione con la bella Agnieszka, in cui il nostro ritrova più di un dettaglio sulla sua Jowita. La storia con Agnieszka termina, e i due restano amici, ma Marek non è uno che si dà per vinto, e continua a cercare la sua Jowita anche in tutte le altre donne con cui ha relazioni.

Nova Books Agency gestisce in esclusiva per l’Italia tutti i diritti di pubblicazione delle opere di questo grande scrittore del novecento.

Marek Hłasko

Scrittore mito della sua epoca, e noi riteniamo anche di quelle successive. Autore anticonformista, leggenda di quella generazione del ’56 (lui che era un ragazzo del ’34, cresciuto di fretta e furia prima dei disastri della guerra e durante essa a Varsavia, timido e fanciullesco, fino a diventare un uomo rude e muscoloso, ipersensibile, insicuro, con un’inclinazione alla depressione) insieme a Andrzejewski e Dygat, che pare lo ospitò in casa. Nel ’58 emigrò per Parigi, la stampa nazionale lo definì il James Dean del centro Europa, per una certa somiglianza fisica e per l’irruenza del carattere rissoso e gioviale. Poi ancora Italia, Germania Ovest, e anche Stati Uniti e Israele. Morì nel 1969 a Wiesbaden, pare a causa di un’ingestione di barbiturici e alcolici. L’autore esordì con Ósmy dzień tygodnia (L’ottavo giorno della settimana, pubblicato da Libribianchi nel 2009), un romanzo breve in cui i due protagonisti, Piotr e Agnieszka, vivono la propria relazione con la consapevolezza di non poterla manifestare: sguardi indiscreti, maldicenze, mancanza di un posto tutto per loro. Trascorrere la notte insieme sarà per loro l’unico modo di condividere qualcosa, data l’impossibilità delle circostanze. L’editore Libribianchi ha anche il merito di aver pubblicato Bei ventenni, altra opera mitica dell’autore.